Folco Quilici

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presentail libro Libeccio

sabato 31 gennaio 2009 h. 21.00
Porto Viro ( Rovigo )

Casa editrice: mondadori

L'Assessorato alla Cultura del Comune di Porto Viro, nell'ambito della manifestazione "I colori del mare" presenta LIBECCIO, il nuovo libro di FOLCO QUILICI sarà presente l'Autore LIBECCIO ed.Mondadori Un uomo che porta il nome del vento alla ricerca della libertà Sul finire dell'Ottocento, insofferenti alle leggi e alle costrizioni famigliari, tre giovani anarchici lasciano le allora povere campagne della Lucchesia per sottrarsi all'arruolamento nelle prime guerre coloniali e raggiungere le terre selvagge dove divampa la febbre dell'oro. Sognano libertà e fortuna. Come primo, simbolico gesto i tre abbandonano i propri nomi di battesimo e scelgono di chiamarsi come i venti più impetuosi: Libeccio, Grecale e Maestrale. E si imbarcano su un vecchio piroscafo pronti ad affrontare un mondo sconosciuto e sconfinato. Ma presto sorgono le prime difficoltà, e la nave per avaria irreparabile è bloccata in un porto dell'America del Sud: il percorso da qui fino al Grande Nord sarà un'avventura quotidiana, richiederà agli amici forza e presenza di spirito; e Libeccio - detto Beccio - sarà il solo a non lasciarsi mai abbattere, deludere, vincere. Non lo fermerà nemmeno la dolcezza di una donna straordinaria, la bellissima boliviana Soledad, che capirà di dover sacrificare la loro felicità a un sogno più grande... Cinquant'anni dopo la partenza dall'Italia, Beccio torna alla sua casa, nel piccolo paese vicino a Lucca dove la sorella Betta lo accoglie con tenerezza e commozione. Ma nemmeno a lei Beccio vorrà raccontare della sua odissea; e solo a poco a poco, dalle poche parole pronunciate con un singolare personaggio del paese o con il nipote più giovane, tra le righe di un quaderno sgualcito, lungo le rughe di un uomo che ha molto vissuto il lettore vedrà emergere indizi che disegnano momenti ed episodi di una vita memorabile. Tutti straordinari, tutti alla fine riconducibili a un tesoro che proviene dalle terre dell'oro d'Alaska: una piccola cassa verde destinata a scomparire nella notte della morte di Libeccio in circostanze misteriose, che non danno pace alla nutrita, variegata famiglia accorsa al capezzale dello zio. Solo quando saranno svelate le ragioni di quella sparizione conosceremo il segreto più profondo di Libeccio. Partendo da una storia vera che lo riguarda molto da vicino, Folco Quilici racconta una grande fuga al di là dell'Oceano, un'avventura attraverso tutta l'America e attraverso un sogno di felicità, e insieme traccia un ritratto vivacissimo, pungente, saporito di una famiglia italiana. E irride vizi e debolezze, rendendo giustizia alla grandezza di chi, allora e sempre, sa mettere in gioco la propria vita e la propria stessa identità nel nome della libertà. dal capitolo 1 In linea d'aria solo poco più di un miglio lo separava dalla dorsale montana, pochi anni prima suddivisa in tante concessioni minerarie; tutte abbandonate, meno la loro, il Rabbit Creek del settore est. Alla base di una lunga fila di rocce incastrate una nell'altra, quel punto, visto da lontano, appariva come un castello di carte. Rallentò il passo oltre il gomito del sentiero tra gli alti ammassi sassosi. Lo attendeva un tortuoso miglio in salita e finalmente sarebbe giunto alle baracche, una dove abitavano e l'altra dove stipavano riserve e materiali per lo scavo e la decantazione del materiale estratto. Due capanne, costruite con tronchi d'albero da chi, prima di loro, aveva cercato invano l'oro. Basse, tozze, occupavano la base d'una lama irregolare di levigate pietre nere, avanzo di remoti vomiti geologici, dai quali probabilmente aveva avuto origine il profondo cunicolo scavato e allargato dai disperati che li avevano preceduti. Una fatica continuata da loro tre col solo risultato, dopo molto lavoro, di poche briciole d'argento. Non erano questi i suoi pensieri, in quel momento, mentre osservava il tratto ancora da coprire. Calcolava invece se il pulcioso Rasti avrebbe udito il suo richiamo. Poteva tentare, si disse. Tra le rocce ogni suono, anche minimo, rimbalza di eco in eco. Non spirava un alito di vento, e nel silenzio profondo si sarebbe potuta percepire anche la caduta di un sassolino dal costone della montagna. Sorrise pensando al suo cane e si portò alla bocca il fischietto. Nessuno di loro se ne separava mai. Garantiva sicurezza quando sulla zona calavano nebbie tanto fitte da rendere quasi impossibile ritrovare la pista per il campo. Il suono era apparentemente identico, per un orecchio umano, ma il cane distingueva quale dei tre padroni aveva lanciato il segnale. Si riempì i polmoni e soffiò con forza. Nel gran vuoto tutt'attorno il fischio saettò sulle pareti di roccia e di lì tornò moltiplicato in echi diversi. Avanzò ancora d'un centinaio di metri e lo ripeté con più vigore, ma fischio ed eco si persero di nuovo senza risposta. Scosse la testa e riprese il traino della slitta. Avrebbe fischiato oltre l'ultima quinta di rocce. Inutile sprecare fiato; dopo sei ore di marcia si sentiva sfinito e sudato come sempre. Accadeva anche a Strale e Greco, quando toccava a uno di loro la corvée sino a Rajak, e tornavano al campo esausti come lui e soprattutto affamati. Fino a quel momento qualche galletta l'aveva sostenuto ma non certo saziato, e lo stomaco cercava di far intendere le proprie ragioni. Superate le ultime rocce, si riportò il fischietto alla bocca, soffiando senza interrompere il passo. Eccolo, si disse appena apparve, lontana, un'ombra scura. Però, stringendo le palpebre per vincere il riverbero della neve, si rese conto d'essersi sbagliato. Quello non era il cane, ma un gioco di luci provocato dal dondolio d'un ramo ai margini del campo. S'arrestò perplesso, chiamò Rasti a gran voce e subito dopo i compagni. Nessuna risposta. Sganciò le bretelle della slitta, corse alla capanna e la trovò vuota. Strale e Greco erano ancora in miniera, si disse per bloccare un guizzo d'ansia. Per questo non potevano né udirlo né rispondergli. Probabilmente s'erano addentrati molto nella galleria se all'interno avevano individuato una nuova vena ed erano ancora intenti a scalpellarla. D'improvviso, senza capirne la ragione, ebbe paura di mentire a se stesso. E si mise a correre verso l'ingresso della miniera, chiamandoli a gran voce. Quel mattino, lasciando Rajak, Beccio non avrebbe mai potuto immaginare che stava dando inizio alla sua ultima fatica su quella pista in capo al mondo, affrontata a turno con i due compagni. Ansimando, a volte imprecando, avanzava passo dopo passo. All'andata, le stesse venti miglia da percorrere in lenta discesa tranquillizzavano il suo stato d'animo, sereno e soddisfatto anche se quella vita che aveva portato lui e i suoi compagni tra i monti del Klegsteine era difficile e ingrata. Ma da quasi dieci anni erano liberi, come avevano sognato. A volte, come quel giorno, nell'affrontare il tragitto in salita del ritorno dalla città alla miniera lo sforzo del traino mutava l'umore, e allora si rinfacciava la sua stupida faciloneria. E insultava per l'ennesima volta i bugiardi propalatori di quella valanga di menzogne sulle pepite d'oro facili da raccogliere, come fossero castagne, in quelle contrade remote d'Alaska. Lui e i suoi compagni avevano troppo ingenuamente creduto a quell'illusione. Pensieri al ritmo di passi lenti, sempre con uguale sforzo e con uguale tentazione di urlarla al cielo, quella rabbia.Ci rinunciava per non sprecare il fiato che già ora, alla fine dell'estate, poteva trasformare barba e baffi incolti in un cespuglio gelato. Anche oggi, a metà ritorno, dopo la capanna di Uiuk, quando la pendenza si addolciva un poco, il suo umore sarebbe migliorato, lo sapeva. A quella catapecchia costruita nel nulla lui e i suoi compagni sostavano sempre. Sganciate dalle spalle le cinghie del traino, appena entrato in quel riparo maleodorante ma caldo, il dolore alle spalle accumulato nelle ore di salita non l'avrebbe più torturato, e accanto alla stufa avrebbe riposato sulla pelliccia consunta di chissà quale animale, gettata su sacchi di foglie. Un letto, secondo Uiuk. Sfinito, si era sdraiato chiudendo gli occhi, e prima di crollare in un sonno profondo si era posto un interrogativo che da qualche tempo lo assillava: quel cammino ripetuto ogni tre mesi lo stancava sempre di più. Doveva rassegnarsi, considerare la possibilità che stava invecchiando in fretta? Al risveglio trovava una zuppa calda preparata da Uiuk sempre eguale, sempre orrenda. Ma Beccio si accontentava di qualsiasi cibo, da quando aveva lasciato il suo paese era svanito il ricordo dei piatti poveri ma saporiti scodellati dalla madre o dalla sorella, sempre pronti per lui, anche se tornava a ore impossibili alla Corte della Nera, dov'era nato e viveva. Comunque meglio questa zuppa delle fetide razioni di pemmican, unica soluzione per sfamarsi quando Uiuk s'assentava per la caccia approfittando delle interminabili giornate di giugno e luglio, per poi tornare alla capanna agli inizi d'agosto, sulle spalle il carico di carne disseccata da appendere alle pareti, pronto a venderla a loro, ultimi concessionari di miniera. La capanna dominava uno stretto pianoro senza un albero, disteso tra mare e altipiano, lungo la dorsale montana. Un "punto di ristoro" creato dal padre di Uiuk vent'anni prima per gli allora numerosi prospector e geologi in cerca di aree minerarie e gold-digger, gli avventurieri dell'oro. Se tra quella capanna e la cittadina di Rajak si disegnava ormai una sola pista, anni prima se ne scorgevano molte altre, dirette verso la vasta zona dove in tanti s'erano accaniti nella ricerca, scavando cunicoli nella roccia alla base di montagne sgretolate da millenni di gelo. Beccio e i due compagni non avevano trovato l'oro, ma nella zona mineraria della quale avevano acquistato i diritti di ricerca s'era rivelata la presenza di una vena d'argento. Era infatti per venderlo che uno di loro, a turno, si recava a Rajak, trainando la pesante slitta. Depositavano il ricavato ottenuto da scavo e filtraggio e con il denaro acquistavano provviste e attrezzature. Se avanzava una minima quantità di minerale d'argento, la chiudevano in sacchetti per depositarli in quella banca nata al tempo del gold-rush e sopravvissuta con un solo impiegato, cassiere tuttofare dimenticato dalla burocrazia della lontana sede centrale. L'esquimese della capanna, imparati i loro nomi, li ripeteva in suoni confusi, e d'altra parte anch'essi storpiavano il suo. Sorrideva, accogliendoli, esibendo una voragine dalla quale spuntavano pochi denti malandati per ricordare ai tre stranieri ancora giovani e robusti la sua età indefinibile, che sommava tante esperienze, una delle quali, ereditata dai padri dei padri, s'era rivelata molto preziosa: masticare e inghiottire il più spesso possibile bacche di un cespuglio, una sorta di mirtillo. Precauzione dei nativi per evitare lo scorbuto, il male peggiore, in quelle zone isolate. E infatti Uiuk, malgrado le apparenze e l'età, era in ottima forma fisica, e l'aveva dimostrato proprio a Beccio in una delle soste dei primi anni. Dopo avere scolato i resti d'una bottiglia di pessimo whisky, lui e il padrone di casa s'erano sfidati davanti a un gruppo di minatori in attesa della zuppa in cottura nella capanna. Usciti all'esterno, sul piano di neve battuta, i due s'erano studiati per qualche istante. Gli spettatori li incitavano e se fra loro qualcuno scommetteva, di certo aveva puntato su quell'italiano alto, con spalle larghe e muscoli allenati. Al confronto, Uiuk pareva un ometto deforme. Invece, appena s'erano afferrati per le braccia, Beccio non aveva avuto nemmeno il tempo di lanciare un grido e subito si era ritrovato a terra, immobilizzato da mani d'acciaio, il naso del vincitore a due dita dal suo, gli occhi spalancati fissi nei suoi, ma senza alcuna ostilità. Sguardo apparentemente privo di espressione che s'era trovato di fronte anche oggi, accompagnato dal tanfo del suo alito; mancava poco all'alba e l'esquimese l'aveva svegliato dal lungo sonno con una tazza di qualcosa di vagamente riferibile a un caffè, accompagnato da una galletta. Nel riprendere la marcia il suo umore cambiava nuovamente. Gli restavano otto ore di cammino, ma il percorso saliva solo leggermente, ogni tanto alleviato da lunghe e dolci discese, così il peso delle provviste e delle latte di petrolio sulla slitta non logorava più le sue spalle. E la scelta di quel genere di vita non gli appariva più un errore, ma una soluzione positiva, anche se pagata a caro prezzo. A conti fatti ne era valsa la pena. (

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